Jivka, detta Jivceto di Keva Apostolova
tradotto da Evelina Pershorova, in pdf jivkaApostolova/Persh
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Io sono nata in città
Io sono nata in città. In una grande città. In una città lontana. Sono nata d’inverno, in gennaio, quando la mia città diventava bianca. Si, tutta bianca: le macchine sparivano sotto il pesante carico della neve, gli autobus scoppiavano dal carico della gente che cercava riparo, gli alberi sembravano ancora più grandi e maestosi sotto il soffice mantello della neve … bianca. Avete mai sentito il silenzio? Si, il silenzio si può sentire quando nevica. Vedi scendere giù dolcemente la neve e ogni fiocco che cade copre un rumore: il rumore delle fabbriche, il tintinnio dei tram, il vocio dei bambini che giocano nel cortile. Stai alla finestra e guardi la neve cadere, brillare, scintillare nell’aria. Silenzio … Silenzio…
Quand’ero piccola, mia madre amava svegliarmi di notte per farmi vedere la neve. Tornava dal lavoro, mi prendeva in braccio e si metteva davanti alla grande finestra della nostra camera. Evi, guarda come nevica, a stracci. Mi chiedevo ogni volta dov’erano quegli stracci, ma mia mamma intendeva i fiocchi di neve, grandi, tanto grandi da sembrare stracci.
Poi ci sedevamo e guardavamo fuori, in silenzio. Il papà dormiva.
Qualche anno dopo la mamma ha cambiato lavoro e la magia delle notti “nevate” non c’era più. Tutto era cosi ordinario! Tornava a casa il pomeriggio, come le altre mamme e la mattina doveva alzarsi presto. Ci ha pensato il papà a farci tornare nella vita stra-ordinaria: ha cominciato a viaggiare per lavoro. Stava via anche due-tre giorni e per me l’attesa era affascinante. Poi la mamma e il papà hanno cominciato a viaggiare insieme. Io rimanevo a casa con i nonni paterni. Questi erano i nonni “invernali”, si, perché c’erano anche quelli “estivi” dove i miei mi mandavano per tre mesi durante le vacanze. I nonni materni abitavano a Varna, sul Mar Nero. Lì, ho trascorso i momenti più belli e indimenticabili della mia infanzia.
Sono tanti anni che non vado a Varna. I nonni non ci sono più, sono rimasti i ricordi. I ricordi delle partenze. I miei genitori, ogni estate mi “caricavano” sul treno con la mia bella valigetta e la sera dopo veniva il nonno a “ritirarmi” come un pacco postale. Trascorrevo tutta l’estate al mare e tornavo a Sofia più scura degli zingarelli con i quali giocavo per strada. Non mi piaceva partire, perché andavo da sola senza i miei, non mi piaceva tornare, perché lasciavo un mare di amici,di giochi, di gioia.
Partire, tornare, tornare partire.
Sofia – Varna, Varna – Sofia.
E così un bel giorno sono partita per l’Italia.
EVELINA PERSHOROVA
[...] Con me Mancio ha smesso di bere. Lui è così magrolino, come un serpentino. Io sono alta e larga. Sono bulgara, però turca. Invece sono greca. Ho anche qualcosa di serbo-macedone. Mi si vede anche l’origine rumena. Albanese – niente; la mia bis-bisnonna era albanese. Ma sono bulgara! …. il testo completo nella pagina Testi [...]